Dazi, Trump riaccende la tensione commerciale: cosa c’è dietro le sue lettere e cosa può succedere ora
Trump ha diramato una lunga lista di lettere verso i Paesi destinatari dei dazi. Sostanzialmente, riporta le tasse doganali ai livelli presentati nel “Giorno della Liberazione” del 2 aprile. Le lettere costituiscono una proroga della scadenza per i negoziati dal 9 luglio al 1° agosto. Al momento nessuna lettera è arrivata all'UE
È il giorno delle lettere. Un evento da segnare in rosso sul calendario. Anche se tradizione vorrebbe che queste giornate fossero importanti, memorabili e spesso felici, il giorno delle lettere di oggi potrebbe non essere così felice per alcuni Paesi e mercati finanziari. Ma sarà comunque memorabile.
Dopo settimane in cui il presidente degli USA Donald Trump ha proclamato a gran voce che avrebbe inviato lettere proponendo accordi da “prendere o lasciare”, le missive sono finalmente arrivate. L’hanno fatto tramiteTruth, la piattaforma social del tycoon, che in questo caso fa da casella postale per molte capitali globali. Le lettere fissano dazi dal 25% al 40% a partire dal 1° agosto. I dazi reciproci annunciati precedentemente andavano dall'11% al 50% e sarebbero dovuti entrare in vigore domani, mercoledì 9 luglio. I principali partner commerciali destinatari di queste lettere sono Giappone e Corea del Sud, entrambi colpiti da una tariffa del 25%. È interessante notare che mentre viene scritto questo articolo, l'UE non ha ricevuto alcuna lettera.
Inoltre, le lettere mettono in guardia contro qualsiasi rappresaglia, minacciando di aggiungere dazi di ritorsione a quelli appena annunciati. Per giunta, l'amministrazione statunitense ha annunciato che al tutto potrebbero sommarsi altri dazi specifici per settori. Di conseguenza, il "Giorno della Lettera" ha riportato il commercio mondiale e i livelli tariffari sostanzialmente a quelli visti nel "Giorno della Liberazione".
Da "nessuna proroga" ad altre quattro settimane: Trump sposta di nuovo la scadenza dei dazi
Sebbene le lettere di Donald Trump suggeriscano un'offerta da "prendere o lasciare", la realtà è che hanno prorogato la scadenza dei dazi dal 9 luglio al 1° agosto. Nonostante il presidente repubblicano abbia ripetutamente insistito sul fatto che non sarebbe stata concessa alcuna proroga, l'amministrazione statunitense ha concesso ai Paesi esteri altre tre settimane per finalizzare ulteriori accordi commerciali (di principio). Ammissione del fatto che l'ambizioso obiettivo dei "90 accordi in 90 giorni" si è dimostrato – prevedibilmente – irrealistico.
L’intenzione è chiara, il risultato meno: l'avvertimento di Trump sui dazi del 10% ai BRICS
Trump ha anche minacciato di imporre un ulteriore dazio del 10% sui Paesi allineati ai BRICS, arrivati ormai a dieci: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La mossa dell’inquilino della Casa Bianca segue un avvertimento più severo emesso nel dicembre 2024, quando aveva esplicitamente minacciato i paesi BRICS di imporre dazi del 100% qualora avessero proceduto con i piani per sfidare il dominio del dollaro statunitense introducendo una valuta alternativa e de-dollarizzandosi ulteriormente.
Tuttavia, i dettagli sul come questa politica possa essere attuata rimangono poco chiari. Già dal 2 aprile, l'amministrazione statunitense ha applicato un'imposta del 25% su qualsiasi Paese acquisti petrolio dal Venezuela. Cina e India hanno inizialmente sospeso le importazioni in risposta alla minaccia, mentre il Brasile ha continuato ad acquistare. Ma dati recenti indicano che anche la Cina ha ripreso gli acquisti rendendosi responsabile della maggior parte delle esportazioni di petrolio venezuelano a maggio e giugno. Finora, non ci sono state segnalazioni che indichino che i rinnovati acquisti di petrolio venezuelano da parte di Pechino abbiano innescato l'imposizione di un dazio aggiuntivo del 25% sui prodotti cinesi da parte degli USA.
Il nostro scenario di base rimane invariato
L'altalena tariffaria continua. Se le "lettere" da un lato lasciano un po' più di margine per ulteriore frontloading (anche se vanno considerati i tempi di spedizione) e per le negoziazioni, dall'altro significano che la saga dei dazi non finisce qui. Non dimentichiamoci che l'amministrazione statunitense ha bisogno anche di entrate doganali per finanziare almeno in parte il suo deficit di bilancio.
Per noi, il dazio di base del 10% rimane il limite minimo, mentre è probabile che vengano annunciati dazi aggiuntivi specifici per settore non appena la maggior parte degli accordi sarà conclusa. Questo scenario dovrebbe valere almeno per un accordo con l'UE, portando il dazio effettivamente applicato a circa il 20%. Allo stesso tempo, non dimentichiamo che l'attuale incertezza potrebbe causare danni economici quasi pari a quelli delle tariffe imposte e potrebbe infine contribuire alle tensioni e a divergenze di opinioni che già crescono in seno all’UE.
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